Storia di un negativo

prima stampa a Romaseconda stampa a Milanoterza stampa a Londrastampa di Enzo Cei scelta da Romano Cagnoni

Un negativo si aggira per l'Europa. Storia di una foto.

da Fotopratica, luglio/agosto 1991

«[…] Vogliamo far conoscere la storia vera, attraverso mezza Europa, di una fotografia di Romano Cagnoni, tra i massimi fotografi del nostro tempo. Racconta lo stesso Cagnoni: “Per la mia mostra personale, avevo bisogno di uno stampatore in grado di interpretare le mie immagini penetrandone il significato più vero. Così mi sono messo alla ricerca dei migliori stampatori europei, desiderando, però, di trovare un italiano. Con un negativo particolarmente impegnativo, tento in due laboratori, uno a Roma, l’altro a Milano, e siccome i risultati sono insoddisfacenti, non mi rimane che andare a Londra, in uno dei migliori laboratori per la stampa bianco nero. Ma che farci, anche questo 50x60 non mi convince.
Ne parlo allora con Joseph Koudelka, che mi manda dal suo stampatore parigino, e di nuovo rimango insoddisfatto. Bene, ritorno dunque a Londra e mi chiudo per quattro ore in camera oscura con l’amico Mike, alla fine otteniamo una nuova stampa. Va un po’ meglio, ma non è quella che desideravo. In fondo ai miei pellegrinaggi nelle capitali, mi ritrovo ancora in Toscana, senza la stampa che avrei voluto e deluso dei miei inutili sforzi. Proprio in quei giorni, mi viene a trovare Enzo Cei, e gli parlo di questa storia. Enzo si propone per fare lui quel 50x60, e a vedere il risultato, capisco dove termina il mio itinerario europeo per le capitali: di nuovo in Toscana, a pochi passi da me, nella camera oscura di un amico”.

Ci dice Enzo: “[...] quella ricurva figura d’uomo, la sua ombra e il vetro rotto suscitarono in me quell’interesse che, se nel momento della ripresa ti permette di registrare l’istante giusto nella sua forma più espressiva, in camera oscura pone le condizioni per far rivivere quello stesso istante attraverso la profondità dei neri, la vivacità dei contrasti, la morbidezza di certi toni, l’intensità delle luci. La mia traduzione della fotografia era la seguente: la condizione di malato di mente era suggerita dalla figura stessa, soprattutto dalla postura e in particolare dallo sguardo, quindi il viso avrebbe dovuto avere toni morbidi, senza l’ulteriore incrudimento causato dal contrasto. L’elemento forte del trauma mentale era rappresentato in pieno dal vetro rotto, per restituire la drammaticità del quale, si domandava un contrasto molto deciso.
A questo punto, per riequilibrare le tonalità, andava abbassato il riflesso di luce dietro la testa, mentre l’ombra sulla parete, a simboleggiare l’inesplicabilità propria di questo male, richiedeva un intervento che ne sottolineasse tutto il peso […]”».